Il passeggere e un venditore d’almanacchi:
il tempo come condanna


Almanacchi e lunari nuovi, strumenti per misurare, organizzare, prevedere il tempo futuro. Un venditore di simili oggetti incontra per strada un passante. Il passante chiede: come sarà l’anno venturo? Migliore dell’anno passato? A quale degli anni passati si vorrebbe che assomigliasse? (G. Leopardi, Operette morali, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, comp. 1832).
Non c’è somiglianza che tenga, il venditore di almanacchi è imbarazzato, ma l’anno nuovo deve essere bello e felice proprio perché nuovo, diverso da ogni anno passato: ciò che è trascorso reca dolore, ciò che deve venire ed è vago e indefinito porta con sé una labile promessa di felicità.
Leopardi porta la visione del tempo dentro la vita, dentro la passione, dentro la sofferenza: il tempo è una maschera che si traveste e si imbelletta, promette ma non mantiene, sul piano personale, privato, diremmo quasi esistenziale, e pure sul piano oggettivo, scientifico, collettivo: dipinte in queste rive (l’arida schiena del Vesuvio) “son dell’umana gente/le magnifiche sorti e progressive” (G. Leopardi, Canti, La ginestra, vv. 50-51, comp. 1836).
Solo per un attimo l’eterno può penetrare nel tempo e trasformarlo: “e mi sovvien l’eterno,/e le morte stagioni, e la presente/e viva, e il suon di lei” (Ibi, L’infinito, vv. 11-13, comp. 1819); ma presto giunge il naufragio del pensiero e della parola che dice come questo evento sia al fondo indicibile.